Emozioni e Attivazione Comportamentale

August 17, 2017

Fare esercizio, allenarsi, mettersi alla prova con nuove esperienze o semplicemente riprendere a fare attività che abbiamo accantonato per un motivo o per l’altro, sono tutte azioni che noi mettiamo in atto con l’obbiettivo di migliorare la nostra vita ma, molto spesso, una cosa contro cui dobbiamo scontrarci è la scarsa motivazione, la non voglia, l’idea che tanto non servirà a nulla. In realtà l’esercizio fisico ha un importantissimo risvolto sulle nostre emozioni. Diversi autori hanno affrontato questo argomento durante la loro carriera e diverse teorie si sono susseguite fino ad arrivare a quella che oggi ci spiega la vera relazione fra corpo e mente in fatto di emozioni.

In linea generale potremmo definire l’emozione come una reazione avente valore adattivo, determinata da esperienze piacevoli o spiacevoli, interne o esterne, che ha conseguenze a livello fisiologico, a livello comportamentale, a livello cognitivo e affettivo.

L’emozione assolve tre funzioni:

  1. Preparare l’organismo all’emergenza e a farvi fronte.

  2. Comunicare all’esterno lo stato interno dell’organismo.

  3. Informano in maniera immediata l’organismo del suo stato, in relazione a bisogni, desideri, aspettative.

La prima teoria ad affrontare tale argomento fu quella di James e Lange (1884), che definiva come un avvenimento rilevante da un punto di vista emotivo provoca direttamente un’attivazione fisiologica o “arousal” a livello periferico, che si manifesta con una serie di reazioni quali tremore, sudorazione, aumento del battito cardiaco, contrazione della muscolatura liscia viscerale ma anche contrazioni muscolari in varie parti del corpo, come ad esempio, lo stringere i pugni o le modifiche dell’espressione facciale indotte dai muscoli mimici. L’individuo percepisce questa attivazione periferica (feedback) e questo dà luogo all’emozione.

In altre parole questa teoria sostiene che lo stimolo comporti in un primo tempo un’attivazione fisiologica, che viene percepita in un secondo tempo come un’emozione. L’emozione sarebbe dunque una sorta di immediata e automatica interpretazione cognitiva delle modificazione corporee. 

Secondo questa interpretazione non si trema perché si ha paura, ma si ha paura perché si trema (il riconoscimento dell’emozione avviene dopo la risposta fisiologica).

Questa teoria, che per molto tempo fu la più accreditata, venne smentita dal lavoro di due fisiologi, Cannon e Bard (1927-1934). Le critiche alla teoria di James e Lange mossa da questi autori si basavano su tre punti fondamentali:

  • Le modificazioni sono troppo lente per essere la causa delle emozioni.

  • Le stesse modificazioni possono aver luogo senza provocare un correlato stato emotivo.

  • Stesse risposte fisiologiche si verificano in stati emotivi diversi.

 

 Cannon e Bard dimostrarono che l’esperienza emotiva si verifica indipendentemente dall’espressione emotiva, fu infatti osservato che dopo la resezione spinale su animali ed anche su uomini, la capacità di provare emozioni non diminuiva affatto. Tale teoria sostiene, al contrario di quella di James e Lange, che l’emozione è indipendente dalla modificazione corporea. Quindi uno stimolo emotivamente coinvolgente attiva il talamo il quale invia impulsi contemporaneamente a due sistemi indipendenti:

  • Al sistema nervoso simpatico producendo una reazione fisiologica.

  • Alla corteccia cerebrale producendo l’esperienza emotiva.

Di conseguenza i cambiamenti corporei e le sensazioni dell’emozione si verificherebbero simultaneamente.

L’evoluzione delle diverse teorie ci conduce infine alla più importante, quella che ha dato sicuramente un importante conferma per quanto riguarda la relazione fra emozione e comportamento, la teoria cognitivo-attivazionale (Schachter e Singer, 1962). Tale teoria ritiene che nell’emozione siano rilevanti sia gli aspetti comportamentali-motori sia gli aspetti cognitivi, ed evidenzia come l’esperienza emotiva si verifichi quando una persona percepisce uno stato di attivazione e, contemporaneamente, attribuisce la causa di tale condizione a una certa emozione. La teoria di Schachter e Singer sostiene dunque che il tipo di attribuzione valutativa dello stimolo, influenza l’emozione provata (qualità dell’emozione), mentre l’attivazione fisiologica ne determina l’intensità (quantità dell’emozione). Per vivere un’emozione è dunque necessario attribuire un’etichetta cognitiva allo stato di attivazione fisiologica, ovvero non basta indurre uno stato di attivazione generalizzato.

Ma vediamo il risvolto pratico del discorso che deriva da quest’ultima teoria. Serve a questo punto porsi una domanda esplicativa alla luce di ciò che abbiamo detto fino a ora: si piange perché si è tristi, o si è tristi perché si sta piangendo?

Se rispondessimo a questa domanda basandoci sulla teoria di James e Lange potremmo dire che, dato che è l’attivazione fisiologica a definire l’emozione, siamo tristi perché stiamo piangendo.

Se scegliessimo di tenere in considerazione la teoria di Cannon e Bard risponderemmo che il pianto e la tristezza vengono attivati simultaneamente attraverso due canali distinti che partono dal Talamo.

Se invece decidessimo di basarci sulla teoria di Schachter e Singer (oggi considerata la più completa) arriveremmo a una conclusione molto interessante, e cioè che emozione e comportamento si alimentano a vicenda. Quindi la risposta alla domanda precedente, “si piange perché si è tristi, o si è tristi perché si sta piangendo?” sarà “entrambe le cose”.

Da quest’ultima considerazione risulta molto importante il concetto di “attivazione comportamentale”. Con questo termine si intende il rimettersi in azione, ricominciare a fare le cose che ci davano soddisfazione o ci divertivano e che spesso vengono accantonate per vari motivi. Riattivarsi a livello comportamentale, impegnandosi in attività piacevoli e stimolanti, influirà positivamente sul nostro umore, e come naturale conseguenza questo ci spingerà a intrattenerci con altre attività piacevoli. Dobbiamo immaginarlo come un circolo che si autoalimenta ed è qui che sta l’importanza degli esercizi! Più mi impegno più avrò voglia di impegnarmi, meno mi impegno e meno avrò voglia di fare e il mio umore sarà basso. La battaglia, a questo punto, è fra noi e una parte del nostro cervello che continuerà a dirci le solite cose: “Non mi va, lo farò domani, stasera sono stanco, lo faccio solo per un po’ poi basta” e molte altre.

 

 

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